Una confusione superflua sulla questione del referendum per la riunificazione irlandese, argomento sul quale il primo ministro britannico deve essere stato informato, apre la strada a un’accusa di incompetenza, scrive Dick Roche.

Il columnist di EUalive Dick Roche è un ex ministro irlandese per gli Affari europei. I suoi articoli si trovano qui.

Nella sua prima apparizione alla House of Commons come primo ministro, ad Andy Burnham sono stati chiesti chiarimenti sui commenti fatti la settimana precedente riguardo a un referendum sulla riunificazione irlandese. Ignorando il consiglio ben noto secondo cui i politici che si trovano in una buca dovrebbero smettere di scavare, ha suggerito che il deputato che aveva sollevato la domanda avesse “frainteso” lo scambio avvenuto a Belfast.

Durante un briefing con la stampa il 27 agosto, nel corso della sua prima visita in Irlanda del Nord come primo ministro, a Burnham è stato chiesto: “Potrebbe essere lei l’uomo al numero 10 a premere il pulsante per un border poll? Sappiamo che c’è un partito nel governo irlandese che sta già facendo piani per la riunificazione irlandese”. Ha risposto di essere lì per ascoltare e che avrebbe adottato un approccio collaborativo, “ma alcune questioni resteranno fuori discussione, e quella è una delle questioni che resterà fuori discussione”.

Alla domanda sul perché, ha detto che il Regno Unito aveva vissuto un decennio segnato dal referendum sulla Brexit e, in precedenza, dal voto sull’indipendenza scozzese. I rischi derivanti da quei confronti, ha sostenuto, richiedono molto tempo per essere superati, fanno arretrare il Paese e distolgono l’attenzione dai problemi immediati: le pressioni sul costo della vita in Irlanda del Nord e la necessità di approvare un bilancio affinché i servizi pubblici possano funzionare. I politici, ha aggiunto, troppo spesso inseguono ciò che vogliono vedere piuttosto che le soluzioni di cui il pubblico ha bisogno. A dieci anni dalla Brexit, c’era stata “troppa divisione, troppo litigio, troppo sguardo rivolto al passato”.

La domanda era ovvia. A luglio il governo irlandese si era trovato di fronte a una mozione al Dáil, presentata dallo Sinn Féin e sostenuta da un’ampia parte dell’opposizione, che criticava la sua mancata azione nel far avanzare la riunificazione irlandese. Nelle settimane precedenti quel dibattito, il Tánaiste Simon Harris, leader del Fine Gael, aveva annunciato che il suo partito stava preparando un progetto per una “United Island”, da pubblicare a novembre, il documento a cui alludeva la domanda rivolta a Burnham.

La riunificazione irlandese e un border poll erano stati anche al centro di colloqui, a luglio, tra il segretario per l’Irlanda del Nord Chris Bryant e il leader del DUP Gavin Robinson. In seguito Bryant aveva dichiarato ai giornalisti che un border poll “non è al momento nella mia lista di priorità”, un’affermazione che a sua volta aveva suscitato perplessità.

Burnham sarebbe dovuto essere pienamente informato prima della sua prima visita a nord del confine. Questo rende più difficile spiegare la formula “fuori discussione”. I maldestri tentativi di ridimensionare i commenti non hanno chiuso la questione. La Brexit e il referendum scozzese sono stati divisivi, come ha osservato lo stesso Burnham. Il referendum di cui si discute qui, tuttavia, affonda le radici nell’Accordo del Venerdì Santo del 1998, che contribuì a porre fine a tre decenni di violenza politica. Nel maggio 1998 l’Accordo fu approvato tramite referendum su entrambi i lati del confine: 71% contro 29% in Irlanda del Nord, e 94% nella Repubblica. Più di due milioni di persone sull’isola lo sostennero, sei volte il numero di chi votò contro. Il sostegno resta elevato.

Le reazioni

A nord e a sud del confine, le reazioni sono state in larga parte critiche.

Lo Sinn Féin, il maggiore partito nell’Assemblea dell’Irlanda del Nord e principale forza di opposizione al Dáil, è stato particolarmente duro. La presidente del partito Mary Lou McDonald ha accusato Burnham di “commenti antidemocratici, del tutto in contrasto con l’Accordo del Venerdì Santo”. Gli ha ricordato che il diritto del popolo irlandese di decidere il proprio futuro è scritto nell’Accordo, un impegno assunto dal Regno Unito e questione di diritto internazionale. La leader dell’SDLP Claire Hanna ha dichiarato che l’Accordo, e il diritto in esso contenuto di perseguire un cambiamento costituzionale, non può essere “fuori discussione”. Un portavoce dell’Alliance ha suggerito che la politica di Burnham di restituire potere alle comunità in Inghilterra dovrebbe applicarsi anche all’Irlanda del Nord.

Sul fronte unionista, Gavin Robinson ha accolto con favore la dichiarazione definendola “particolarmente incoraggiante”, affermando che aveva “messo a tacere le sciocchezze di cui si è parlato per molti mesi riguardo a un border poll”. Ricordando di aver già espresso la propria posizione al segretario per l’Irlanda del Nord a luglio, ha aggiunto che era stato “positivo sentire il primo ministro chiudere definitivamente la questione”.

I commenti hanno messo il governo irlandese in una posizione scomoda. I funzionari si sono affannati a trovare parole per ridimensionarne la portata. Il Taoiseach Micheál Martin ha indicato l’Accordo del Venerdì Santo come il meccanismo previsto per il cambiamento costituzionale. Niamh Smyth, ministra senza portafoglio del partito di Martin che rappresenta un collegio elettorale di confine, ha detto di essere fortemente in disaccordo con l’idea che un border poll fosse “fuori discussione”. Un ex ministro dello stesso partito ha affermato che Burnham avrebbe dovuto essere più diplomatico e avrebbe dovuto “riflettere e chiarire” la propria posizione. Il Fine Gael non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche dirette, sebbene secondo alcune fonti i ministri considerino i commenti inopportuni e mal formulati. Il leader del Labour irlandese ha detto di essere “deluso nel vedere una dichiarazione così categorica”. Altri partiti al Dáil hanno definito i commenti sconsiderati, divisivi e offensivi, descrivendo le disposizioni dell’Accordo come un principio del processo di pace ottenuto a caro prezzo.

Le conseguenze

I commenti rischiano di causare danni ben oltre la polemica immediata. Offrono allo Sinn Féin l’occasione di intensificare l’attacco contro i “fallimenti” del governo irlandese sull’Irlanda del Nord e di presentarsi come vero difensore dell’Accordo del Venerdì Santo. In Irlanda del Nord rafforzano la pretesa del DUP di parlare a nome dell’unionismo. Con le elezioni per l’Assemblea previste per maggio, potrebbero approfondire la polarizzazione.

Sollevano inoltre interrogativi sullo stesso Burnham. Una confusione superflua su una questione sulla quale doveva essere stato informato apre la strada a un’accusa di incompetenza. Il linguaggio è stato confuso. I tentativi del primo ministro e del segretario per l’Irlanda del Nord di fare marcia indietro sono stati maldestri e poco convincenti. La sua prova alla Camera dei Comuni di martedì non è stata migliore: invece di affrontare il punto, ha sostenuto che il deputato che lo aveva sollevato avesse “frainteso la domanda”. In un’epoca di registrazioni in tempo reale, si tratta di una tattica debole.

L’episodio si concilia inoltre a fatica con l’obiettivo dichiarato da Burnham di spostare potere lontano da Westminster e Whitehall. Dichiarare che un border poll, previsto da un Accordo già approvato da ampie maggioranze in due referendum, sia “fuori discussione” non si concilia facilmente con una politica di restituzione del potere alle persone.

La visita della settimana scorsa era la prima occasione per Burnham di esporre il proprio pensiero sull’Irlanda del Nord. Avrebbe potuto essere un momento fondativo. Invece, l’impressione duratura che resta è quella della gaffe.

Leggi qui l’articolo originale di EUAlive.

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